Il socialismo del XXI secolo: storia di un continente in rivolta

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Il socialismo del XXI secolo: storia di un continente in rivolta

Giugno 13, 2016 - 12:19

Fonte: Wikimedia Commons

Da giardino di casa ad avanguardia politica: questo è stata l’inversione a U che ha compiuto il continente sudamericano in un decennio. Dal 1998 con la vittoria di Hugo Chavez in Venezuela, la faccia dell’America Latina ha cambiato volto, tingendosi anche dei colori indigeni, soprattutto con l’arrivo alla presidenza della Bolivia di Evo Morales. La caratteristica fondamentale dei nuovi governi nell’Ecuador di Rafael Correa, nell’Argentina dei Kirchner, nel Brasile dei governi Lula e Rousseff e nell’Uruguay presieduto da José Mujica è l’indipendenza nazionale, in primo luogo dall’influenza statunitense. Infatti, sono chiamate “rivoluzioni bolivariane” perché si rifanno alla figura di Simón Bolívar, il condottiero sudamericano che liberò a inizio Ottocento i paesi latini dell’America Latina dal dominio spagnolo.
Inoltre, questi governi hanno attuato politiche socialiste, improntate a un miglioramento delle condizioni di vita delle fasce più basse della popolazione, attraverso la nazionalizzazione dei settori strategici dell’economia (in particolare, gli impianti estrattivi e le raffinerie petrolifere).
Pur con alcune contraddizioni e compromessi inevitabili, la via di questo socialismo rinnovato è un faro per chi, nel Vecchio Continente, assiste a un iper-liberismo dominante che diffonde con ogni mezzo il dogma del TINA (There is No Alternative: non c’è alternativa). Invece, il Sudamerica ha dimostrato che un’alternativa non solo è possibile, ma è necessaria.

Buona lettura dell’intervista che ci ha rilasciato Andrea Muratore, co-autore del libro “Il socialismo del XXI Secolo- Le rivoluzioni populiste in Sudamerica” edito dal Circolo Proudhon Edizioni.

- Populismo: deformazione giornalistica italiana e significato originario. Puoi spiegare cosa significa veramente e perché le rivoluzioni bolivariane sarebbero populiste?

Il significato originario del termine “populismo” deriva da un vocabolo russo utilizzato per designare un movimento di ispirazione socialista attivo nell’Impero degli Zar a fine Ottocento che mirava al miglioramento delle abiette condizioni in cui vivevano i contadini, i servi della gleba e, più in generale, un popolo costretto a languire nella più nera miseria. Dunque, seguendo un approccio rigoroso, accostare il populismo a una qualsiasi forma di demagogia, ovverosia commettere lo stesso errore in cui cadono quotidianamente la stampa e l’informazione nostrana, significa andare fuori strada tanto sul piano semantico quanto sul piano storico. Il socialismo del XXI secolo può essere definito a tutti gli effetti “populista” perché nelle visioni politiche dei suoi maggiori esponenti e nelle principali riforme operate dai governi ad esso ispirati ad acquisire centralità erano il benessere, la salute e il progresso del pueblo. La componente maggiormente significativa delle rivoluzioni bolivariane è stata sin dal loro avvio la forza delle convinzioni che spingevano i loro propugnatori a rimodellare sin dalle fondamenta dei sistemi che erano stati a lungo costruiti ad uso e consumo di una ristretta oligarchia politica ed economica, e la cui tenuta era stata compromessa dall’eccessiva fedeltà delle vecchie classi dirigenti ai dogmi del pensiero unico neoliberista.

- ALBA contro TTIP: impostare una politica commerciale differente da quella neoliberista è quindi possibile?

La visione dell’ALBA travalica la dimensione essenzialmente commerciale, dato che l’Alleanza Bolivariana è finalizzata alla concertazione dei processi di sviluppo generali dei paesi aderenti al fine di migliorare non solo gli indicatori economici ma anche tutte le altre componenti del benessere sociale non catturabili dal computo della produzione aggregata o dei volumi di scambi commerciali. L’ALBA precede il TTIP, che rappresenta assieme alla sua controparte pacifica (il TPP) l’estremo tentativo di imporre una concezione geopolitica ed economica oramai superata, essendo ispirata a idee frantumatesi al contatto con la realtà e la Storia. Molte di queste (la concezione di un mondo unipolare guidato da Washington, la teoria di irreversibilità della globalizzazione, il pensiero riguardante una presunta “fine della Storia”) sono state sorpassate una volta che il multipolarismo è diventato un dato di fatto a livello geopolitico. E l’ALBA va in tal senso inserita nel quadro più grande del nascente ordine multipolare, dove la necessità di un dialogo tra correnti di pensiero e di azione politica diverse è più che mai necessario. Essa rappresenta un’alternativa alle strategie dei fondamentalisti della globalizzazione e del mondialismo, che non riescono ad accettare il declino dei loro progetti egemonici. L’ALBA traccia una strada che porta alla cooperazione prima ancora che all’omologazione: in questo campo, al di là di tutte le difficoltà interne del presente, le piccole nazioni latinoamericane sono decisamente più avanti e meglio indirizzate di coloro che ritengono indispensabile perseguire una vuota e vana omologazione politica, culturale ed economica tra il maggior numero possibile di nazioni.

- L’eccessiva personificazione del potere (si pensi alle figure di Chávez e Morales) è alla lunga dannoso per i governi progressisti sudamericani?

A mettere a repentaglio la tenuta dei governi del socialismo del XXI secolo è stata in particolare la difficoltà vissuta al loro interno nel delicato momento del rinnovamento interno. L’esempio più emblematico è quello venezuelano: le ragioni più evidenti del fallimento del governo Maduro sono riscontrabili nel progressivo allontanamento delle sue politiche dal sentiero tracciato durante il governo Chavez e, più in generale, nel passaggio dalla volontà di proseguire il chavismo a quella di farne semplicemente un’idolatria. Le rivoluzioni bolivariane si identificano per loro stessa natura con i leader che le hanno avviate, in quanto è naturale che un sistema conosca una forte sovrapposizione ai suoi edificatori, soprattutto nel breve periodo. Non dimentichiamo, ad esempio, che in Francia i leader hanno vissuto per diversi decenni il confronto implicito tra la loro opera e quella del Generale De Gaulle, il quale instaurò ex novo la Quinta Repubblica. Il bolivarismo sta vivendo percorsi storici già conosciuti altrove da diversi movimenti politici, ed è naturale che Venezuela, Bolivia, Ecuador e Brasile identifichino i rivolgimenti politici da essi vissuti con le figure di Chavez, Morales, Correa e Lùla. Il problema, come detto all’inizio, è stato principalmente nella gestione della transizione o, come avvenuto in Bolivia, nella sua assenza: in questo discorso, la personalizzazione ha sicuramente rappresentato un fattore di rallentamento del progresso delle rivoluzioni bolivariane in quanto freno allo sviluppo di autonome correnti dialettiche intorno ai diversi partiti.

- Come può salvarsi il socialismo del XXI secolo di fronte all’avanzamento dei partiti neo-liberali in Venezuela e Argentina?

Ora più che mai è necessaria una forte scossa elettrica. Maduro e il fronte kirchnerista hanno vissuto difficoltà sul campo politico proprio perché non hanno compreso la forza dei cambiamenti avviati dai loro movimenti politici (si ritorna al problema della transizione) e, in particolare, non hanno imposto al socialismo del XXI secolo una correzione necessaria e fisiologica, improntata allo sviluppo di politiche destinate a curare gli interessi della nascente classe media strutturatasi proprio nel decennio di potere delle formazioni populiste. Inoltre, è necessaria una maggiore dialettica interna ai partiti e una nuova visione programmatica di ampio respiro che sappia rimettere in cammino la marcia del progressismo latinoamericano. Nuove e impellenti questioni necessitano azioni decise in entrambi i paesi: la corruzione, i cambiamenti climatici, l’inquinamento, il rinnovamento del sistema economico troppo basato sull’estrattivismo sono tutte tematiche su cui le formazioni del socialismo del XXI secolo dovranno lavorare per poter ridare incisività alla loro azione. Se così non sarà, il rischio di un completo sovvertimento delle conquiste sociali di un quindicennio diverrà sempre più concreto: sarebbe veramente un peccato assistere al trionfo di personaggi come Macri e Leopoldo Lopez a causa dell’inerzia e della debolezza dei successori di Chavez e dei Kirchner.

- Potrà nascere un nuovo socialismo sullo stile sudamericano anche in Europa?

Ora come ora le condizioni non sono senz’altro propizie per un cambiamento del genere: mancano in Europa le condizioni di base economiche e sociali affinché si possa procedere allo sviluppo di movimenti analoghi a quelli costituitisi in Sudamerica a partire da fine XX secolo e, soprattutto, sono desolanti le prospettive dell’attuale sedicente “socialismo” del Vecchio Continente. Dico “sedicente” perché la dimensione attuale dei socialismi europei è arida e senza spessore: omologati al conformismo imperante, ultraeuropeisti, legati a doppio filo al carro del neoliberismo, essi hanno addirittura compiuto quello che i leader storici della sinistra europea definirebbero come un vero e proprio “peccato originale”, ovverosia lo smantellamento degli statuti dei lavoratori e delle garanzie dello stato sociale di cui formazioni dichiaratamente di sinistra si sono rese esecutrici in Francia, Grecia e Italia. Questo processo di svuotamento della sinistra è giunto a compimento dopo un trentennio di continui e progressivi cambiamenti, denunciati prima della sua morte da Enrico Berlinguer, probabilmente l’ultimo leader politico a proporre una visione chiara e concreta di “sinistra politica”. In generale, sono la mancanza di volontà di innovazione e la statura microscopica dei suoi leader a mantenere in questo triste limbo ciò che resta della sinistra europea. Essa negli ultimi anni è stata allontanata dai cittadini, dal popolo dunque, dal suo abbraccio mortale con quell’ideologia unica che, seppur in ritirata a livello planetario, in territorio europeo non conosce ancora alternative sistemiche pronte a discuterne l’egemonia.

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