Paolo Becchi vota No alla riforma Renzi-Boschi... Napolitano!

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Paolo Becchi vota No alla riforma Renzi-Boschi... Napolitano!

Novembre 14, 2016 - 18:09
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Il Prof. Becchi sceglie di schierarsi contro il progetto di riforma costituzionale. Ecco i perché.

Anche il Prof. Paolo Becchi si schiera fermamente per il NO al referendum costituzionale che già in tempi non sospetti ci aveva confidato di essere contrario al progetto costituzionale Renzi-Boschi.

Lo fa attraverso il libro “Referendum costituzionale. Sì o No? Le ragioni per il NO e il testo della controriforma” edito da Arianna Editrice.
Il saggio si apre con la prefazione di Paolo Maddalena, Vice Presidente Emerito della Corte Costituzionale che qualifica la riforma come un tentativo da parte dell’1% più ricco di architettare un progetto politico-economico di accentramento della ricchezza nelle loro mani e, conseguentemente, di distruzione dei diritti sociali.
Il mezzo utilizzato è l’esecutivo forte: “Qui non si tratta di una modifica puramente formale, qui si tende a trasformare la democrazia parlamentare in uno stato presidenzialista, ottuso esecutore degli ordini della finanza europea e internazionale”.
Secondo i due giuristi, i potentati economico-finanziari sono i primi a beneficiare della riforma. Ma in che modo?

Spiega il filosofo del diritto che: “Unione Europea e finanza globale hanno bisogno di eliminare quelle costituzioni, come la nostra in particolare, caratterizzate da una forte apertura sociale, espressione del costituzionalismo democratico-sociale sviluppatosi a partire dalla metà del Novecento e sostituirle con altre, prone a un neoliberalismo che, per la verità, ha già dimostrato tutta la sua impotenza.”
Il governo forte si otterrà attraverso il combinato di legge elettorale (Italicum) e della vera e propria riforma costituzionale. Una legge elettorale che assegna il 54% dei seggi al primo partito permette di lasciare il potere legislativo al partito di governo che non avrebbe un contrappeso nell’altro ramo del Parlamento, essendo il Senato ridotto a una debole camera dai poteri ridotti (e oltretutto confusi). In più, è possibile che gli organi di controllo finiscano in mano alla falsa maggioranza dell’Italicum e alle nuove regole per l’elezione del Presidente della Repubblica (dal settimo scrutinio è sufficiente la maggioranza dei 3/5 dei votanti) e dei membri della Corte Costituzionale.

Il secondo motivo per cui la riforma è apprezzata ai piani alti è il fatto di rendere più “domestica” l’Unione Europea all’interno dell’ordinamento costituzionale. Con l’adeguamento dell’art. 117 si vincola la potestà legislativa di Stato e Regioni agli obblighi dell’Unione Europea (peraltro, già introdotti con un’altra formulazione con la riforma del 2001), ma soprattutto si introduce la possibilità con legge bicamerale di “approvare la legge che stabilisce le norme generali, le forme e i termini della partecipazione dell’Italia alla formazione e all’attuazione della normativa e delle politiche dell’Unione Europea.”
E’ reso chiaro il vero scopo della riforma direttamente dal nostro Presidente del Consiglio che ha scritto nella relazione illustrativa del d.d.l. Renzi-Boschi al Senato che la riforma è necessaria perché:

“Lo spostamento del baricentro decisionale connesso alla forte accelerazione del processo di integrazione europea e, in particolare, l’esigenza di adeguare l’ordinamento interno alla recente evoluzione della governante economica europea.”

Il vero autore, in fondo, è Giorgio Napolitano che ha voluto portare a compimento il colpo di stato cominciato nel 2011 che ha mutato materialmente la Costituzione. Per renderlo costituzionalmente legale, c’è bisogno della Renzi-Boschi confermata al referendum.

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